Economia Turismo

Turismo e allevamento: Primiero lancia la sfida

Mucca in mezzo al prato
Scritto da Greta Ruaro

È stato fatto il primo passo del percorso che vedrà un fruttuoso sodalizio tra allevatori ed albergatori di Primiero.

Siamo stati gentilmente invitati ad essere testimoni del momento di unione tra queste due categorie che a un primo approccio sembrano non avere nulla in comune ma con uno sguardo più attento si capisce che il denominatore comune c’è, ed è anche un tema fortissimo: il nostro Territorio.

Gruppo di allevatori

Protagoniste dello spettacolo che attira migliaia di turisti ogni anno, le nostre valli sono sempre più viste a 360°, quindi sì turismo sportivo ma anche turismo gastronomico e culturale, un settore che negli ultimi anni ha registrato un costante aumento dell’interesse.

In questo mese di marzo, primavera ormai dichiarata, si sviluppano gli incontri che hanno come scopo il concretizzare un progetto ambizioso, “Nutrire il domani” su regia di Chiara Massacesi e abbracciato da importanti enti locali. Abbiamo riconosciuto Renzo Esposito, presidente dell’Associazione Albergatori che già avevamo incontrato pochi mesi fa, Giacomo Broch, presidente dell’Unione Allevatori, Alberto Bettega e Cesare Scalet, nell’ordine direttore e vicepresidente del Caseificio Sociale di Primiero, Gianpaolo Gaiarin dell’O.N.A.F., Pierantonio Cordella della Strada dei Formaggi delle Dolomiti, Silvio Grisotto e Vittorio Ducoli, presidente e direttore del Parco, e infine Antonella Brunet, assessore al turismo in rappresentanza del comune unico.

Questo progetto ha un respiro ampio e ricadute positive su molti aspetti del nostro territorio e del nostro far turismo, si innesca un circolo virtuoso che porterà giovamento a tutte le parti interessate, compresa la parte del turista che vedrà svelata di fronte ai suoi occhi tutta la filiera del latte, dalle materie prime al prodotto finito. Le strutture alberghiere sono in quest’ottica l’anello di congiunzione tra il turista e l’allevatore, presso le aziende il turista potrà poi vedere e conoscere i processi propri degli allevamenti di montagna ed infine degustare i prodotti di alta qualità prodotti e trasformati dal Caseificio di Primiero.

In questo primo incontro nel quale gli allevatori hanno, per così dire, ospitato gli albergatori si è potuto conoscere tre realtà fra tutte le numerose aziende attualmente operanti nel settore.

La prima azienda è di Gianmaria Turra, a Tonadico, che ci racconta come, nel corso dei quasi 18 anni di attività, ha investito sulla modernizzazione, diminuendo il numero di capi, scegliendo una razza particolare e prediligendo un’alimentazione di altissima qualità e il più possibile locale.
L’ambiente ampio, asciutto, luminoso e soprattutto le vacche libere di muoversi e di ruminare il loro fieno la dicono già lunga sulla qualità dell’azienda.
Ci dice che per avere una stalla di quel genere occorre investire davvero molto nell’attività e avere l’ottica di un allevamento di dimensioni almeno medie, per giustificare tale impegno che però ripaga in termini non solo della già citata qualità, ma anche di semplificazione del lavoro di gestione e di superamento di alcune problematiche gravi, ad esempio l’essiccazione del foraggio in una zona estremamente piovosa come la nostra.
Agli occhi di un profano del settore, come me, il suo racconto è stato davvero istruttivo: i problemi che un’azienda affronta per dare un prodotto davvero buono sono molti più di quelli che ci si aspetterebbe, tutti però superati grazie alla tecnologia moderna o all’esperienza maturata nel corso di generazioni, ma soprattutto grazie a un’incrollabile determinazione.
Per citare solo uno dei punti affrontati, il fieno come base dell’alimentazione delle bovine è segno di distinzione rispetto i grandi allevamenti della pianura (e non solo purtroppo), ma i territori dedicati allo sfalcio nel Primiero e Vanoi difficilmente riescono a coprire tutta la richiesta degli allevatori, anche se molti passi avanti vengono fatti grazie all’intervento del Corpo Forestale e alla bonifica di molti ettari riportati alla condizione di prato.
Ecco quindi che l’allevamento di montagna si traduce anche in cultura e gestione del territorio.

La seconda esperienza portata come testimonianza è quella della giovanissima azienda di Caoria di Lorenzo Loss. Si tratta di un perfetto esempio di ritorno delle giovani generazioni alle attività di famiglia: ha deciso di investire il suo futuro nella vecchia stalla del nonno, iniziando con pochi capi (sei) ma con già in mente il progetto di modernizzazione ed ampliamento grazie alle tecniche moderne ma nel rispetto della qualità e della tradizione. Ci racconta che in un caso come il suo, trattandosi di un’azienda ancora piccola, l’intero fabbisogno di fieno è soddisfatto dal territorio e che le tecnologie impiegate sono ancora quelle tradizionali.

La terza realtà è quella di Adriana Taufer, a Siror, che come lei stessa dice si trova a uno stadio intermedio tra la prima, assai modernizzata, e la seconda che impiega ancora le tecniche tradizionali. Si tratta di un’azienda nata negli anni ’80 nel quale con gran sospresa di molti troviamo le vacche con ancora le corna intatte, una delle poche realtà che fanno questa scelta, mi viene spiegato.
Adriana ci racconta di come la meccanizzazione nella sua azienda è presente soprattutto nella fase di mungitura, in modo da limitare al massimo il contatto con il latte che viene subito portato nella vasca di refrigerazione. Molte attività vengono invece svolte manualmente come la distribuzione del foraggio.
Un interessante spunto di riflessione ce lo offre raccontando di come nella seconda metà del ‘900 si è vista la progressiva chiusura di molte aziende a conduzione famigliare, esplicativo di un cambio di gestione finanziaria delle famiglie; molti allevatori consideravano la stalla come attività secondaria, affiancata da un lavoro principale. Con l’avanzare del “progresso” queste stalle di pochi capi ciascuna hanno perso la loro valenza economica e sono state quindi abbandonate.
Le aziende che sopravvissute sono state di conseguenza quelle che hanno scelto di ingrandire l’attività per garantire la sostenibilità economica scegliendo di dedicarsi al “fare agricoltura”, una decisione davvero coraggiosa in un territorio difficile come il nostro. Aggiunge poi Adriana che nei Piani Urbanistici di quegli anni purtroppo non si è data abbastanza importanza alla salvaguardia del territorio attorno alle aziende, permettendo l’urbanizzazione di territori storicamente dedicati allo sfalcio e all’agricoltura.

Anche il Caseificio Sociale ha saputo portare nel corso della mattinata più di qualche importante spunto di riflessione.
Al turista saranno mostrate le realtà locali che si sostengono in linea con quello che il nostro territorio può offrire, peculiari quindi del Primiero-Vanoi: già oltrepassando lo Schenèr o passando ad altre valli trentine si incontrano soprattutto poche aziende di grande dimensioni, contrapposte allo nostre, molte e medio-piccole. Ancora una volta questo porta ad un elevamento di qualità del prodotto, data la grande attenzione che viene data a ciascun capo, in nessun modo considerato come mero numero.
Anche per il Caseificio si parla di qualità aziendale: ciascun socio che conferisce il proprio latte gode degli stessi diritti e doveri, a dispetto del numero di capi. Le scelte dei soci sono tutte volte alla sostenibilità collettiva, anche se questa talvolta può risultare scomoda al singolo, ma considerandosi come una grande famiglia di allevatori si riesce a guardare oltre puntando alla qualità.

Qualità che infine abbiamo potuto davvero (de)gustare, in presenza dell’autorevole O.N.A.F. che ci ha esposto le qualità e particolarità di quattro grandi formaggi locali: Fior di Primiero, Mezzano, Stagionato di Malga e Trentingrana.

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Greta Ruaro

Fin dall’infanzia faceva disperare tutti con estenuanti “perché?”. Ora che finalmente si fa le sue ricerche per conto suo desidera redimersi, offrendo dei “perché…”: CartaPesta News le dà questa opportunità.
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